Casa Madre di Castel del Rio

Viale 2 Giugno, 23 40022- Castel del Rio (Bo) tel.: 0542 95887

 
 

Scuola dell'infanzia «Pie Operaie di San Giuseppe»

Viale 2 Giugno, 23  40022-Castel del Rio (Bo)

tel.: 0542 95887 email: scuoleinfanziacdrio@libero.it

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a.s. 2016/17

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a.s. 2016/17

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Giornata Tipo

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Curricolo triennio 2016/19

(dalle Indicazioni Nazionali 2012)

Campo solare

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Il sè e l'altro Il corpo e il movimento Immagini suoni colori
I discorsi e le parole La conoscenza del mondo: numero e spazio La conoscenza del mondo:oggetti, fenomeni, viventi
     
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Comunità Alloggio per anziane «Madre Maria Agnese»

Viale 2 Giugno, 23 40022- Castel del Rio (Bo) tel.: 054 295887

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Storia della Casa Madre di Castel del Rio

Dalla testimonianza dell'arciprete di Castel del Rio mons. Sebastiano Naldi, resa nell'autunno 1974 alla madre generale dell'epoca suor Aurora Cecioni. Suor Maria Agnese Tribbioli trovò un valido aiuto nei momenti difficili della sua vita religiosa in questo sacerdote, nato presso Imola e vissuto a Castel del Rio, sede della prima casa generalizia, per 68 anni. La testimonianza è riportata nel libro «Suor Maria Tribbioli e il suo secolo» di Tersilio Rossi, maggio 1977.

 

Mons. Naldi conobbe come non altri suor Maria e seppe coglierne le doti eccezionali di donna e di religiosa. Proprio perché entusiasta dell'opera sua, nel 1925, pose mano ai lavori per la costruzione della casa di abitazione e dei locali destinati alla scuola e all'asilo.

I sacrifici furono tanti. Le preoccupazioni senza numero. Non mancarono l'aiuto di mons. vescovo, l'appoggio dei colleghi e il concorso di alcuni benefattori del posto. Il 15 maggio 1927 le suore furono invitate a lasciare la casa e a trasferirsi nella nuova sede, in via Valsalva. Prima di iniziare lo sgombero, l'arciprete, di buon mattino, prese la statua di Maria Ausiliatrice, una deliziosa immagine, regalata qualche tempo prima alle suore, e la collocò nella nicchia fatta preparare appositamente nella cappellina. Così la prima a prendere possesso della casa e simbolicamente dell'opera fu la Vergine. Suor Maria tutto aveva deposto nelle sue braccia. Il trasloco, con l'aiuto della popolazione e delle alunne più grandi, in una mattinata fu espletato. Ora tutto era in ordine. L'ambiente di lavoro non poteva essere migliore: le stanze ampie e ariose, rispondevano a criteri pedagogici e igienici. La comunità poteva considerarsi soddisfatta.

Nel frattempo fatti nuovi avevano caratterizzato la vita del pio istituto. In occasione degli esercizi spirituali del 1923, suor Maria aveva deciso di procedere a un diverso assetto delle case. Fu allora che chiese a suor Giuseppina di salutare per sempre S. Martino ai Cipressi e di trasferirsi a S. Patrizio, dove suor Elisabetta creava qualche problema all'arciprete e alle consorelle.

Questa, per temperamento, per abitudini contratte e per una particolare mentalità, mal si piegava alle esigenze e alle condizioni di una istituzione in rodaggio. Era necessario inviare sul posto un elemento capace, di provata esperienza e di indubbio equilibrio. La più adatta parve suor Giuseppina e la scelta cadde su di lei. A risentirsi fu la ridente frazione, adagiata sulle colline fiorentine, che proprio non meritava questo torto, ma non era colpa delle suore. Quella parrocchia, di fronte al persistente muro di diffidenza, non offriva prospettive sicure per l'avvenire. Dello stesso parere era il parroco don Bartolucci. A S. Patrizio suor Giuseppina si cattivò le simpatie di tutti. Dette un forte impulso alle iniziative in atto e ne creò delle nuove. Aprì perfino una scuola di lavoro nella vicina Monselice, tanto che ben presto si trovò nella necessità di chiedere ai superiori delle collaboratrici. Le furono inviate in aiuto per prima suor Crocifissa, la probanda di Giugnola che aveva fatto la sua professione religiosa il 24 maggio del 1924 e, più tardi, suor Costanza Ricciulli. Chi non teneva il passo e manifestava malumore era suor Elisabetta. Quell'anima in pena nutriva mire alte e aristocratiche. Si illudeva di trovarsi ancora nell'ampio e classico convento di Firenze e non già a S. Patrizio, tra una popolazione povera, sì, ma laboriosa e ricca di cordialità. Il suo carattere ombroso la rendeva piuttosto intollerante e poco trattabile.  Suor Maria si rese conto della difficile situazione di S. Patrizio e credette doveroso di intervenire. Scartate tutte le ipotesi e mossa unicamente da carità, la soluzione più giusta le sembrò di chiamare l'ex-mantellata a Castel Del Rio e di tenerla presso di sé. All'inizio tutto prometteva bene. Poi riaffiorò l'abituale malumore che non mancò di manifestarsi in più occasioni. Alla chiusura degli esercizi del 1924, dal padre che tenne il ritiro, fu sollevato un problema sul quale la fondatrice tagliò corto.

Il buon religioso, quasi per dare un ritocco al lavoro spirituale svolto in quei giorni, chiamò in disparte la Tribbioli e, con una discreta dose di dabbenaggine, le disse: « Lei non potrebbe cambiare uniforme e prescrivere il soggolo per le suore? vede: lo hanno quasi tutte».

« Il soggolo? », Monsignore raccomanda semplicità e un abito quasi secolare: perché complicare le cose?

«Ma, sa, a qualcuna non piace questa divisa».

«Chi le ha obbligate a indossarla?».

«Sì, d'accordo, ma si moltiplicherebbero le vocazioni ... Così non crescerete di numero! ».

«Sarà quello che Dio vorrà! ... ».

«Almeno cambi il nome ... non le chiami pie operaie! . . . Quel pie operaie ha un non so ché di fabbrica!... ».

«Tanto meglio: S. Giuseppe era un artigiano e per noi, proclamarci sue operaie è un onore. Cosa c'è di brutto, padre? Il nome, dopo tutto, l'ha consigliato il vescovo: non lo cambio».

Il padre predicatore si alzò visibilmente seccato. Visto che non la spuntava, si alzò e, nell'accomiatarsi, con disappunto, concluse: «Faccia come vuole, e si tenga pure questo suo nome, se le piace tanto! ».

Il cugino vescovo, in data 13 dicembre 1918, aveva scritto a suor Maria: «Chiamatevi pie operaie di S. Giuseppe». Questo nome non piaceva a suor Elisabetta in quanto richiamava un mondo tutto in subbuglio. Difatti, non aveva un colore e un sapore di piazza? Per lei era troppo proletaria una denominazione del genere. E neppure le piaceva l'abito che considerava poco elegante e quindi non dignitoso. Ma lo stesso presule aveva suggerito: «Vestite con semplicità, come le figlie del popolo, come le operaie, in mezzo alle quali lavorate». La manovra dell'ex-mantellata di avvalersi del padre predicatore per far prevalere le sue vedute, riuscì sterile. La fondatrice aveva una concezione ben diversa della vita religiosa per poter accogliere proposte futili, quanto inopportune. D'altra parte i consigli ricevuti dal vescovo li considerava voce dello Spirito Santo e per lei costituivano legge.

Ma il Signore non mancava di offrire prove continue della sua amorosa assistenza e di alternare ore di sereno a ore più oscure. Il 29 giugno 1927 mons. Paolino Tribbioli, in mezzo a un popolo festante, benedisse i locali di nuova costruzione. Approfittò della circostanza per ringraziare l'arciprete, le suore, i sacerdoti e i vari benefattori. Poi in forma solenne, di fronte alla folla che gremiva la sala dell'asilo, il corridoio e le stanze adiacenti, dichiarò aperto il probandato e il noviziato. Ora l'istituto delle « Pie Operaie » aveva di fatto la sua casa madre.  Alle profughe di Via dei Serragli tutto questo appariva un prodigio. Gli ostacoli e le contraddizioni dovevano servire a evidenziare la povertà degli uomini e la mano invisibile di Dio che realizza i suoi disegni, nonostante gli impedimenti posti dalle creature.

La Tribbioli sentì rifiorire la vita e moltiplicarsi la volontà di dare tutta se stessa per la causa delle anime e particolarmente della gioventù. Castel del Rio, chiusa in un fondo valle, a ridosso dell'appennino centrale, non possedeva industrie e l' agricoltura si restringeva a pochi prodotti. Chiunque si sarebbe accorto che in giro c'era povertà. Ma ciò non era sufficiente. Per inculcare nelle giovani l'amore al lavoro e al risparmio bisognava assicurare loro un'attività redditizia. Suor Maria risolse il problema prendendo a rifornire, dietro ordinazione, una ditta di Firenze di certi manufatti che venivano regolarmente pagati.

Fu così possibile corrispondere tutte le settimane alle giovani apprendiste un modesto salario che si trasformava in un prezioso cespite per le rispettive famiglie. Si sono fatte paladine di giustizia, sforzandosi di viverla prima di tutto esse stesse e poi di applicarla, in quella forma che i tempi consentivano. I fautori del progresso fingono di ignorare, oggi, l'apporto dato dalle persone di chiesa all'elevazione morale e materiale del popolo, ma sono dati acquisiti alla storia. Suor Maria operava alla luce del sole, mossa unicamente dalla carità. Perché le difficoltà e i dispiaceri si moltiplicavano? Che cosa voleva il Signore da lei? Se lo domandava spesso.

Una sera, dopo aver pregato intensamente la Madonna, alla solita ora si coricò e prese sonno. Ed ecco un sogno che da lei viene così riferito: «Le parve di trovarsi nuovamente in cappella e di vedere la statua della Vergine animarsi e portarsi vicino a lei: «Tu sbagli, tu sbagli, le disse dolcemente, hai un serpe in casa». Suor Maria sbigottita, esclamò: «O Madonnina!» Ed essa: « Guarda! ».

La Tribbioli si voltò e vide un grosso serpe, ritto sulla coda, avvoltolato in tre cerchi su di sé, con le fauci aperte; stava tra lei e due suore di cui ella non vide il viso, ma credette di poterle riconoscere dalla statura. Spaventata, tentò di avvicinarsi alla Vergine ed essa: «Coraggio! Ti aiuterò ad ucciderlo ». E senza che la Tribbioli vedesse come, la dolce signora le ripeté: «Guarda!». Del rettile  ripugnante non rimaneva che una pelle viscida, sventrata. La testa era assolutamente annientata. Tuttavia  essa esclamò: «O Vergine, come devo fare? » «Fa cuore, fa cuore», aggiunse Lei. «Ti affido una bambina». Detto questo, scomparve. Era la risposta del Signore? A breve distanza avrebbe compreso la verità di quel sogno.

 

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